Il Lavoro Ai Giorni Nostri

Il Lavoro Ai Giorni Nostri

Da alcuni decenni il lavoro in tutto il mondo occidentale è interessato da cambiamenti di grande rilievo, alcuni di questi sotto gli occhi di tutti, altri meno evidenti al pubblico, più interni al mondo aziendale. Questi cambiamenti hanno messo in crisi la forma di lavoro più conosciuta e accreditata, cioè il lavoro a tempo indeterminato, colonna portante del nostro sistema economico.

Un primo cambiamento riguarda:

L’aumento del lavoro “virtuale” rispetto al lavoro “materiale”

L’uso sempre più marcato del computer ha originato una serie di attività professionali che si svolgono soprattutto dietro lo schermo di un pc, riguardanti tutte le fasi produttive, dalla progettazione, alla produzione, alla contabilità, alle vendite, ecc. Nasce anche il telelavoro, cioè il lavoro svolto da casa, attraverso una opportuna postazione informatica, da personale dipendente o con contratto di collaborazione.

Sono scomparse o vanno scomparendo, in conseguenza di ciò, molte figure tradizionali del mondo del lavoro, sostituite da figure nuove, dai contenuti professionali completamente diversi.

Le organizzazioni aziendali si riorganizzano, strutturandosi in gerarchie dalla forma più “piatta”, caratterizzate da una comunicazione di tipo orizzontale e dalla frammentazione della responsabilità manageriale. Si diffonde l’outsourcing come modalità di produzione corrente, ovvero parti di produzione assegnate all’esterno dell’impresa, a lavoratori che agiscono da fornitori, spesso ex dipendenti dell’azienda stessa.

La competizione globale, inoltre, determina la deconcentrazione del capitale, che spesso si allontana dalla nazione di origine, per assecondare la decentralizzazione internazionale della produzione.

La crisi economica degli ultimi anni, ancora, sta ridisegnando lo scenario produttivo internazionale, portando il lavoro laddove il costo della manodopera è minore e escludendo dalla competizione le imprese meno forti.

In questo scenario economico, definito “post-industriale” dagli studiosi, aumentano anche le dimensioni di servizio legate alla produzione di beni, sia materiali che immateriali, ad esempio i servizi pre e post vendita, che comprendono l’assistenza e i risvolti finanziari dell’acquisto.

Questo fenomeno di terziarizzazione della produzione, comune a tutti i paesi capitalistici, rappresenta non tanto un mero aumento del peso dei servizi, ma un accrescimento dei contenuti della produzione di beni materiali che va a includere la produzione di servizi.

Il riflesso immediato sul lavoro è la creazione di figure professionali necessarie ad erogare tali servizi.

A fronte di questi cambiamenti le imprese, per sopravvivere, ricorrono all’outsourcing per le lavorazioni di fasi (materiali e immateriali) della produzione, tenendo al proprio interno soltanto l’assemblaggio del prodotto.

Questa modalità di produzione rende i lavoratori precari, soggetti alla domanda di pezzi, oltre a togliere loro anche la soddisfazione del lavoro eseguito. I lavoratori in azienda vengono limitati a quelli indispensabili, ricorrendo, in occasioni di picchi di lavoro, a personale assunto con le nuove forme di impiego cosiddetto “flessibile”.

I nuovi rapporti di lavoro flessibile, cioè tutti gli impieghi temporanei e le cosiddette prestazioni occasionali, rendono sempre più precario e incerto il lavoro, impedendo spesso anche la pianificazione della vita degli individui.

L’introduzione delle forme di “flessibilità lavorativa” in Italia risale al 1997. La flessibilità viene inizialmente inserita nei contratti nazionali di categoria e riservata a situazioni o eventi eccezionali. Esistono, inizialmente, anche dei limiti all’utilizzo dei lavoratori temporanei e di quelli a tempo parziale, ovvero un tetto tra il 5 e il 10% circa sul totale dei lavoratori dipendenti.

Dal 2001, ormai più di un decennio fa, tuttavia, siamo davanti a una vera e propria esplosione degli impieghi flessibili, da quando il decreto legislativo 6 settembre 2001 n. 368, recependo una direttiva europea, ha esteso ulteriormente l’uso dei contratti di lavoro a termine. Ciò ha portato delle conseguenze pratiche e psicologiche sul piano dell’organizzazione della vita degli individui.

La conseguenza più grande è la forte precarietà della vita per questi lavoratori. Il lavoro flessibile (a termine, interinale, ecc.), difatti, non offre sicurezza per il futuro e tutela poco il lavoratore, escludendo malattie e perdita del lavoro stesso.

Come trovare subito lavoro?

Molti tirano avanti con un tipo di lavoro basato su una sequenza di contratti temporanei nell’incertezza, sempre di più marcata via via che i contratti si susseguono, di ottenere un giorno il sospirato contratto a tempo indeterminato.

Il risultato è una generazione di giovani lavoratori che non riesce, spesso, nemmeno a lasciare la casa dei genitori, o,ancora peggio, a fare figli.

Difatti, le forme di lavoro precario rendono difficile anche l’acquisizione di mutui per l’acquisto della casa e la contrazione di prestiti, se non a costi molto elevati e dietro forti garanzie.

Per contro, molte persone, soprattutto giovani, accettano invece queste forme di lavoro, che consentono esperienze professionali diversificate e offrono, talvolta, una maggiore libertà in termini di tempo per altre occupazioni.

 

Conclusione

In generale, però, chi lavora esclusivamente con le diverse declinazioni di contratti a termine, sia di collaborazione che occasionale, a lungo andare li percepisce come una fonte di ansia e una limitazione ai propri diritti di lavoratore,

diritti di lavoro che i loro padri davano per scontati.

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AUTHOR: MAURO STUPATO
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Nato nel lontano 1970 con attitudini per la matematica fin da piccolo. A 12 anni si diverte a modificare i videogiochi in Basic col Commodore 64 e da qui prosegue verso gli studi di ingegneria informatica continua...

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